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PELLEGRINAGGIO SENZA CONFINI
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Che motivazioni possono avere sessantatré persone per partire dal santuario mariano di Castelmonte (Stara Gora), in Friuli, per giungere, in due giorni, dopo aver fatto 42 chilometri, attraversato due valli, scavalcato due dorsali montuose, al santuario di Montesanto (Sveta Gora), in Slovenia, sopra la città di Gorizia-Nova Gorica?
Con la collaborazione di "Voce Isontina", settimanale diocesano Goriziano. Si è pellegrini per giungere ad una destinazione. La meta dà il senso di un pellegrinaggio, ma i percorsi di ciascun pellegrino ne danno la vera misura: le relazioni profonde che si instaurano fra le persone, le riflessioni, le preghiere, l’accettazione della sofferenza, la condivisione dei momenti di gioia costituiscono la quotidianità del pellegrino. Si è soli ma si è insieme. La meta diventa utopia: è nel percorso che si consumano desideri, speranze, gioie, sofferenze. Il pellegrinaggio è una metafora del vivere quotidiano. Dopo la benedizione ai pellegrini ed al simbolo del pellegrinaggio - una croce lignea - impartita, anche a nome del Vescovo di Udine, da padre Roberto, superiore della comunità di Cappuccini di Castelmonte, sessantatré pellegrini, dai sei ai sessant’anni, affrontano la pioggia battente e con allegra energia si immettono nei sentieri che, dai seicento metri del Monastero, porteranno, attraverso i villaggi di Oborza e Codermaz, alla bassa valle del Judrio.
La pioggia, implacabile, rende scivolosi tratturi antichi, ma regala il profumo fragrante del bosco in primavera.


Hanno l'onore di passare, ancora infangati, nella Chiesa stracolma di fedeli...

 



L’arcivescovo di Gorizia ed il vescovo di Koper concelebrano l’annuale messa dell’amicizia tra i popoli

 



Si passa vicino a villaggi di pietra abbandonati, ora abitati solamente dalle capre: l’antica, caparbia operosità dei boscaioli della Benecija ha dovuto, alla fine, cedere il campo alle tentazioni della modernità. Il richiamo della città, con le sue chimere, i suoi agi e le sue offerte di lavoro redditizio, ha contribuito a svuotare i tanti borghi delle valli del Natisone e dello Judrio. Si giunge finalmente sulle sponde dello Judrio, il fiume che demarca un confine, pur parlando, gli abitanti che vivono al di qua ed al di là del fiume, la stessa lingua. Le formalità del passaggio del confine ci ricordano che l’Europa è ancora lontana: i confini esistono ancora. Dopo quindici chilometri sotto la pioggia, i pellegrini cominciano a sentire il peso della stanchezza. Incredibilmente, l’energia dei bambini - una quindicina - riesce a contenere il senso di stanchezza; si comincia ad affrontare la salita che da Mulin Vecchio porterà a Lig - quasi seicento metri di dislivello - con buona energia. La pioggia aumenta. Mentre l’ingresso al borgo medioevale di Codermaz era stato accompagnato da bellissime polifonie corali dedicate alla Madonna, cantate in sloveno, in una complessa trama musicale a quattro voci, la salita verso Lig si svolge nella fatica. I pellegrini però non si rinchiudono dentro la propria pelle: si aiutano, si confortano. I bambini più piccoli vengono presi in braccio. Qualcuno si sobbarca lo zaino del vicino. Ci si scambiano parole di sostegno. La solidarietà reale non ha bisogno di tante parole: è fatta di piccoli gesti. La fatica segna i volti dei pellegrini, ma gli occhi riflettono la luce di un sole che domani non potrà non sorgere. Tra nuvole basse, infine, compare l’inconfondibile sagoma del doppio campanile del santuario di Lig. I primi pellegrini che giungono alla vecchia canonica suonano un campanaccio posto all’ingresso. Il suono delle campane echeggia per tutta la vallata, forando il grigio silenzio della pioggia ed infondendo speranza ai pellegrini attardati, che percepiscono finalmente un segnale concreto della vicinanza della meta agognata. I pellegrini trovano una calda sorpresa: un tè bollente, “rinforzato” da una goccio di grappa di casa. Dopo momenti di gioioso trambusto, in cui si cerca la propria brandina, si svolgono i sacchi a pelo e si gode della principale gioia del pellegrino, levare gli scarponi, si indossano abiti asciutti e ci si reca al Santuario, sempre sotto la pioggia, per partecipare alla celebrazione della messa.
Le letture vengono fatte in friulano ed italiano; la messa viene celebrata in sloveno. Ma nessuno si accorge della lingua veicolare del momento: ciascuno prega con il proprio idioma, seguendo le scansioni della liturgia. Si ha la sensazione di essere un solo popolo che rende grazie a Dio. Al rientro in canonica, pastasciutta e vino. Un’allegra mensa in cui si condivide quello che si ha, dove si racconta sommariamente sé stessi ai tanti sconosciuti. Ciascuna diversità diventa la ricchezza di tutti. L’unicità di ogni pellegrino si confonde, dopo cena, nella coralità di un canto, accompagnato dal suono di una fisarmonica. E poi il meritato riposo. All’alba del secondo giorno, gli addetti alla cucina preparano la colazione sentendo il profumo del sole che, dalle lontane pianure del Friuli, sta squarciando la resistenza residua delle ultime nuvole. A nord, l’affilata lama del Krn - Monte Nero - è addolcita da una candida coltre di neve. I pellegrini, di buon mattino, dopo un’abbondante colazione, lasciano la canonica di Lig e riprendono il loro cammino. Il sole asciuga il fieno e le tristezze che possono ancora covare nei cuori. La primavera ha colorato i prati di policromie intense. Api e rondini volano all’impazzata in un cielo blu profondo. I bambini si rincorrono e squittiscono allegri. Si passa oltre la chiesa di S. Jakob e si giunge, percorrendo la cresta dei monti, alle pendici del Korada. S’intravvedono Castelmonte e Montesanto, la meta sembra ancora lontana, a Sud. Si scende in allegria fino a Deskle, dove una breve sosta consente di rinfrancare le forze. Quindi in dolce salita, per una decina di chilometri, tra boschi e prati, si giunge fino all’altezza del monte Vodice. Dopo una curva, finalmente, appare l’inconfondibile sagoma del santuario di Montesanto, salutato dal gridare felice dei bambini. I pellegrini si raccolgono: si aspetta qualche ritardatario. La croce di legno, che ha accompagnato per tutto il viaggio i pellegrini, viene posta avanti, lasciata alle cure dei bambini. L’ultimo, faticoso tratto di salita, viene percorso lentamente. Si recita un rosario. I ritmi della preghiera danno il tempo al passo dei pellegrini. Gli ultimi chilometri scivolano via in un baleno. Il santuario di Montesanto accoglie i pellegrini con un festoso suono di campane. Tre “scjampanotadôrs” stanno dando prova della loro antica arte. La meta è raggiunta. I pellegrini si rinfrescano rapidamente, si ricompongono e, alle 16.00, entrano nel Santuario. Hanno l’onore di passare, ancora infangati, nella Chiesa stracolma di fedeli, nella navata centrale, dietro la croce che li ha accompagnati dalla loro partenza. L’arcivescovo di Gorizia ed il vescovo di Koper concelebrano l’annuale messa dell’amicizia tra i popoli che vivono attorno ad un confine che l’Europa sta cancellando. I pellegrini, in piedi, partecipano commossi alla messa solenne. Entrambi i Vescovi hanno parole di elogio per i pellegrini: per i bambini e le loro famiglie, soprattutto. Dopo la messa, i pastori si attardano qualche momento con il loro gregge: con poche parole danno la misura del significato del pellegrinaggio. Poi il commiato. Con commozione i pellegrini si salutano, si scambiano indirizzi, numeri di telefono ed e-mail. Per domani non ci sarà una meta concreta, una meta comune. Le mete torneranno ad essere quelle di ogni quotidianità. Ma con qualche cosa in più.
Report dal pellegrinaggio dei Tre Santuari: Castelmonte, Maria Zell e Montesanto. 22 e 23 maggio 2004.
Paolo Zuliani

Report dal pellegrinaggio dei Tre Santuari
Castelmonte, Maria Zell e Montesanto.
22 e 23 maggio 2004.
Scritto da Alpinando   
11/08/2004 - 00:37
Ultimo aggiornamento ( 31/08/2007 - 20:36 )
 
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